Edoardo Tenconi, sempre in pista dal 1958

Laura Ferriccioli
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Le gare a Monza con le scuderie degli anni Sessanta, i rally, la nascita dei grandi eventi di auto classiche. Arguto e grintoso, questo collezionista lombardo che sembra un eterno ragazzo pieno di entusiasmo è da sempre un paladino della velocità e dell’automobilismo

 

Nel tratto di pianura Castell’Arquato-Vernasca, la mia 850 Abarth prendeva 7.100-7.400 giri durante le prove ma il giorno della gara, nel 1963, non andava oltre 6.500-6.700, per cui sono arrivato in fondo arrabbiato come una belva. Allora, tra le curve di montagna sono andato su come un leone: quando vai arrabbiato vai più forte! Se ben ricordo, nella parte in salita ho fatto dei tempi ottimi anche per la classe 1000”. Edoardo Tenconi nel mondo delle auto storiche milanese è un’istituzione. Tutti lo conoscono, o ne hanno sentito parlare. Collezionista tra i primi, è cresciuto a pane e motori nella concessionaria e, soprattutto, nell’officina Fiat che il padre ha avuto dal 1927 alla fine degli anni Novanta.

 

Edoardo Tenconi con la sua Fiat 8V
Un’ultra rara Moretti Algeri Le Cap 54. La vettura, con motore 750 monoalbero a camme in testa, ha preso questo nome per il fatto che nel 1954, quando è stata costruita, la Moretti, che all’epoca era sul Lungo Po a Torino, ha spedito quattro esemplari ad Algeri e da lì a Città del Capo per provarli. Vista l’ottima riuscita dell’operazione, senza il minimo problema, le auto hanno fatto anche la rotta di ritorno in Algeria e sono rientrate in Italia: tutte e quattro perfettamente funzionanti

 

Topolino per l’inverno e Spider d’estate.Sono nato nel 1940 a Milano e m’hanno subito portato nella zona di Bergamo. Poi, quando sono venuto a casa, dopo la guerra, se facevo il bravo mi lasciavano mettere la tuta e andare fra i meccanici”, racconta l’appassionato sorridente. La patente l’ha presa nel 1958 e con una Topolino A ha corso al trofeo Purfina in Versilia l’anno seguente, poi con una Balilla alla Cortemaggiore-Merano, dove per un suo intervento in un incidente è stato premiato quale “gentiluomo della strada”. Entrambe le vetture sono ancora nel suo garage: “La Balilla l’ho ultimata ad agosto di quell’anno”, ricorda. Lui che si è sempre preparato da solo le auto per correre e tuttora restaura da sé i suoi meravigliosi pezzi d’eccezione.

Attrezzi mimal e sterrati di fango. Nel 2006 con la mia 1100 Berlina del 1957 abbiamo fatto il secondo assoluto nel Campionato italiano velocità auto storiche, su circuito. Prima è arrivata una Lotus 22 e poi noi. Il mio co-driver era Arrigo Cocchetti, non c’era nessuno più bravo di lui, mi insegnava come dovevo fare ogni curva, aveva memoria fotografica di tutti i percorsi di gara, 1000 Miglia compresa. Avevo 75 anni, lui 82 e la vettura 50: eravamo i più anziani di tutti! Con la stessa 1100 avevo già fatto anche il primo Rally dei Fiori e dei Sassi, poi chiamato Rally di Sanremo: erano 2000 km, dei quali pochissimi di strada asfaltata, e la mia assistenza era un cric, la cassettina dei ferri e due ruote nel baule. Allora si andava così”.

 

Questa Siata 508 C del 1939 è stata costruita per il signor Ruggeri, allora proprietario della Scuderia Milan, che l’ha guidata alla 1000 Miglia del 1940. Pesa solo 480 kg e ha un motore che arriva a una velocità massima di 180 km all’ora

La Siata durante una rievocazione della 1000 Miglia (ph.: uff. stampa 1000 Miglia)

 

Entusiasmo a palla. Gli uomini, le auto e le storie che fanno capolino dalla memoria di Edoardo Tenconi attraversano cinquant’anni. A essere svelti qualche domanda per un’intervista si può anche riuscire a infilarla, tra il racconto di un’avventura e l’altro. Ma non è semplice, le storie viaggiano a raffica, ed è una raffica di ironia e di entusiasmo travolgenti. Ride di gusto, Edoardo, a ricordare certi episodi di gara, a volte vincenti e a volte buffi, o trascorsi di automobili di tempi lontani. Gli si illuminano gli occhi appena si entra nell’argomento. L’unico problema è riuscire a stargli dietro, specie se non si è ben ferrati in milanese stretto. Energico e pragmatico, da vero lombardo con la benzina al posto del sangue, mostra la sua splendida Ottovù rossa carrozzata Reparto Carrozzerie Speciali Fiat, la Siata che era stata realizzata per il presidente della scuderia Milan, e ancora, le anteguerra, la 1100 e la 850 Abarth con cui ha corso; poi la Lancia Aurelia B20, l’Ermini e molte altre. E intanto si sofferma su aneddoti e particolarità tecniche. Le auto sono sempre state la sua vita, da anni fa anche l’assistenza alle gare di suo figlio Pietro, habitué del Rally di Montecarlo Historique. Anche lui, Edoardo, vi ha partecipato personalmente con la sua Fiat 8V una decina di anni fa.

A Monza insieme ai grandi. “Ho corso per diverse scuderie, nel senso che ci si chiamava la sera: “Allora, vieni a fare numero?!”. E così una volta ero della Scuderia del Lario, un’altra volta della Sant’Ambroeus, poi del Jolly Club, a seconda di dove andavano gli altri”. Bei tempi, non c’è dubbio. Anche perché “gli altri” spesso si chiamavano Gigi Villoresi, Alberto Ascari, Juan Manuel Fangio… “Di Fangio si dice che era signorile, ma in realtà lo erano tutti: non c’erano sbruffoni e se ne capitava uno restava tagliato fuori. Si era tutti amici. Una volta all’Autodromo di Monza – dove Tenconi è stato commissario di percorso per una quindicina d’anni, dal 1957 – c’era Lorenzo Bandini che provava una Ferrari e io ero lì con il Balilla Tre Marce. Lui m’ha chiesto… “Oh che bella, tu me la fè prua?”, “Toh, salta sü!”, gli ho risposto. Porca miseria, ha dato tante di quelle grattate! (Ride). Non era abituato ai rapporti sballatissimi del Tre Marce: se non li conoscevi non c’era niente da fare, non ingranavi! Anche con Arturo Merzario ci siamo presi per i fondelli una cifra di volte quando gareggiavo con la 850 Abarth: ci correva anche lui, andava più forte di me, però!” (ride).

 

La celebre Fiat 509 A Delfino, battuta a mano dalla Martelleria Italiana Riva Panzeri di Milano tra il 1925 e il 1926

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Vien qua che ’ndemo a fare un giro!”. Una volta “il Tenconi” – come si dice all’ombra della Madonnina – ha gareggiato anche all’estero, a Silverstone. “E mi sono “ingarellato” (attaccato) con uno che aveva una Veritas 2500! Finché a un certo punto ho trovato una biella sul sedile di fianco… eh sì, non volevo mollarlo quello là!”. Tira e tira, insomma, ha sbiellato. E a proposito di grandi eventi, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo in Italia ha partecipato alle più importanti rievocazioni storiche odierne. “La scintilla la dava Giulio Dubbini, patron del Caffè Diemme: dalla Coppa delle Alpi alla Coppa d’Oro delle Dolomiti, dalla Stella Alpina alla Mille Miglia, dalla Trento-Bondone alla Bolzano-Amendola e Coppa d’Italia di velocità. Poi, dopo 2-3 anni, le affidava a qualcun altro. Un giorno mi chiama e mi chiede: “Te g’ha la macchina che funsiona? Vien qua che ’ndemo a fare un giro!”. Intendeva a Padova, dove era lui. Sarà stato il 1969 o forse il 1970. Siamo andati a mangiare qualcosina insieme la sera, poi alle 23 passate siamo partiti in 11 o 12, siamo arrivati a Roma e siamo tornati indietro. Senza fermarci, come era la vera Mille Miglia di velocità. Abbiamo guidato tutta la notte, la mattina abbiamo fatto giusto uno spuntino nella capitale e nel pomeriggio siamo tornati a Padova”.

Campioni senza podio. “Abbiamo rifatto ancora il percorso per due o tre anni finché l’Automobile Club di Brescia, visto che il Comune non ci aveva dato il permesso di partire dalla città, ci ha detto che ci avrebbe fatto trovare il podio della Mille Miglia in corso Venezia. Però la sera quando siamo arrivati non abbiamo trovato niente, solo un gruppetto di signorine infastidite perché rovinavamo loro la piazza! Chissà, forse avevano sbagliato data, non ho mai saputo cos’era successo. Siamo andati avanti così per sei o sette anni. Forse otto. Il primo giro rievocativo l’ho fatto con l’Ermini, il secondo con una Balilla Coppa d’Oro, il terzo con un Balilla Siata e poi un paio con l’Ottovù!”.

 

 

Galeotta fu la 1100. “La Fiat Ottovù l’ho trovata per sbaglio cercando una Fiat 1100 Sport, che era l’auto con cui correva mio padre. Non sono mai riuscito a trovarne una da restaurare”, racconta ancora Edoardo. “Mi avevano detto che c’era un esemplare abbandonato in un distributore di benzina e invece sono andato là ed era una Fiat 8V: che delusione! L’ho portata a casa, l’ho messa a posto e mi son detto: “Però, bellina da guidare ’sta macchina! È divertente!”. E da allora, dato che ero “quello della 8V”, tutti me ne offrivano altre. Negli anni Settanta non le voleva nessuno, non venivano capite, non erano neanche conosciute. Allora una l’ho presa, poi un’altra e un’altra… In totale me ne saranno capitate almeno una dozzina. A quel punto ho cercato di convincere dei miei amici ad acquistarle sulla base di 300-350mila lire”. Amici molto fortunati, diremmo oggi, vista l’eccezionalità e la bellezza del modello di cui, dal 1952 al 1954, sono stati realizzati solo 114 telai. E così, queste stupende berlinette sportive d’alta gamma, costruite con la supervisione di Dante Giacosa, sono arrivate salve fino ai nostri giorni. Annoverate nelle più prestigiose collezioni al mondo.

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  • Complimenti ad Edoardo, un tesoro di storia del nostro automobilismo. Grande disponibilità, gli brillano gli occhi quando racconta tutte le sue avventure ed i suoi ritrovamenti. Una tradizione che continua con Pietro che ha ereditato nel DNA la stessa passione.

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