Fiat S61 Corsa, nata per il Gran Premio d’America del 1910 e ancora in pista

Laura Ferriccioli

Antenata della ben più nota Fiat S76, soprannominata la Belva di Torino, la Fiat S61 è una due posti costruita nel 1910 per il mercato americano. E oggi, dopo un approfondito restauro, un esemplare corre ancora

 

Subito dopo la Fiat SB 4, che vinse a Brooklands nella sfida Napier-Fiat del 1908, la Casa torinese sfoderò un’altra “macchina da guerra”: la S61, una due posti basata sull’omonima, potente Gran Turismo e prodotta secondo le specifiche degli Stati Uniti. Dove quell’anno la squadra corse aveva trionfato al primo Gran Premio d’America con una Fiat 130 HP guidata da Louis Wagner. E così, nel 1910, la marca si sentiva pronta a conquistare di nuovo il podio alla seconda edizione della prestigiosa gara con questi nuovi bolidi, che furono spediti innanzitutto al quartier generale della Casa a New York per essere preparati. Erano anni in cui la Fiat si distingueva come una gloria della velocità; vinceva più della Mercedes, della Benz e della Peugeot. E produceva stradali favolose, di alta qualità. Infatti la GT da cui sono derivate le S61 Corsa era già in grado di raggiungere i 100 km/h, un’andatura strabiliante per l’epoca.

 

 

Con il telaio alleggerito da una serie di fori e la carrozzeria in alluminio, queste nuove racer erano spinte da un motore di 10 litri a 4 cilindri in linea – a quattro valvole per cilindro! – composto da due bicilindri accoppiati e con un moderno doppio albero a camme in testa. La potenza era da urlo, anzi da boato: da 115 a 125 CV a seconda della configurazione e una velocità massima vicina ai 160 km/h. La trazione era posteriore e il cambio a 4 marce; la trasmissione finale era realizzata con due serie di pignone, catena e corona, una per ruota. I freni erano a tamburo e solo sulle ruote posteriori, mentre uno a nastro sull’albero motore si azionava con un comando a pedale. E questo era tutto, un impianto frenante anteriore non esisteva. Le S61, come usava allora, erano belve decisamente difficili da domare.

 

 

Una volta a Savannah (Georgia), però, sul tracciato in terra battuta di 645.375 km non strapparono i risultati sperati. Per il primo American Grand Prix vinto dal modello bisognò aspettare il 5 ottobre 1912, quando il pilota Caleb Bragg arrivò primo sul circuito di Milwaukee. Mentre al debutto di due anni prima, con lo stesso team delle 130 HP del 1908, le S61 gareggiarono senza avere la buona sorte dalla loro: alla vettura di Ralph De Palma si ruppe un cilindro a due giri dall’arrivo, Felice Nazzaro si ritrovò con una catena rotta e Louis Wagner ebbe un incidente.

 

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Il Gran Premio d’America era un’aspra competizione che metteva le vetture e i loro piloti a durissima prova: con 16 giri su un tracciato segnato da una trentina di curve principali, iniziava alle 9 di mattino e proseguiva per oltre sei ore di velocità forsennata. Era stato fondato dall’Automobile Club di Savannah nel 1904 con l’intenzione di creare la più importante gara automobilistica a stelle e strisce di tutti i tempi. La sfortuna non ha impedito tuttavia all’esemplare con motore n. #16 – chassis #9124 – di arrivare fino a noi, riportato in vita da un approfondito restauro dei britannici TipTop Engineering nel 2019. Già, perché tutte e tre le racer vennero vendute in America dopo la corsa e, fra i vari passaggi di mano, si riesce a ricostruire parte della loro storia. In generale, poi, più di una Fiat S61 è arrivata fino a noi.

 

 

Oltre all’esemplare nelle foto, che oggi partecipa regolarmente alle competizioni rievocative di Goodwood, in Inghilterra, ce n’è un altro a Torino, ripristinato ancora prima – nel 2016 – da FCA Heritage. È stato esposto nelle più importanti fiere italiane del settore. Si tratta della quinta Fiat S 61 Corsa realizzata: ha ripreso la strada di casa nel 1970 e, prima di tornare a ruggire, è rimasta smontata in un magazzino per parecchi anni. Altre S61 hanno poi partecipato, tra il 1908 e il 1912, a numerosi eventi negli Stati Uniti. Conquistando la vittoria assoluta con Ted Tezlaff – oltre che il secondo posto – al Santa Monica speed trial del 1912 – con 487,5 km percorsi a una media di 127 km all’ora. Altro risultato rimarchevole che va ricordato di questo agguerrito modello è inoltre il terzo posto a Indianapolis 500 nel 1911.

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