Lancia Dilambda, la leggenda Pinin Farina è partita da qui

Laura Ferriccioli
Lancia Dilambda

Nel 1930 la prima fuoriserie carrozzata da “Pinin” è stata la versione lusso della rivoluzionaria Lambda

 

La prima vettura in assoluto a portare la firma della carrozzeria di Battista “Pinin” Farina, fondata a Torino nel maggio del 1930, è stata una Dilambda versione Cabriolet. Un modello, prodotto dal 1928 al 1935, che ha rappresentato anche una fine, dato che è stata l’ultima delle vetture Lancia a chiamarsi con una lettera dell’alfabeto greco come da tradizione della Casa iniziata con la sua prima creazione, l’Alfa del 1907. Il suffisso “Di” serviva poi sempre a indicare una versione più evoluta o sportiva dei modelli. E infatti la Dilambda era la versione lusso della precedente Lambda.

Un’eredità di grande prestigio. Quando la Dilambda è uscita, la Lancia aveva già dimostrato al mondo che le proprie automobili non solo erano di qualità ma anche innovative. La nuova vettura andava infatti a sostituire la Lambda, un modello che ha rivoluzionato la storia dell’automobile. Con un motore a 4 cilindri a V molto stretto, con angolo a 13 gradi, la Lambda era compatta e aveva una struttura agile nonostante fosse di fascia medio-alta. Ma non è finita: l’ammiraglia della Lancia ha introdotto diverse altre novità dirompenti, come l’avantreno a ruote indipendenti e la fusione tra carrozzeria e telaio, che rende l’auto leggera e allo stesso tempo resistente. Non a caso, con oltre 13mila esemplari venduti, è stata il cavallo di battaglia che ha traghettato la marca al vertice del rilancio automobilistico internazionale del primo Dopoguerra.

 

Le dimensioni contano. Per competere in un mondo motoristico affetto da gigantismo come quello degli anni Venti, però, nonstante le sue molte virtù la Lambda non era abbastanza grande. Doveva vedersela con sontuosi monumenti viaggianti come l’Isotta Fraschini Tipo 8, che erano vincenti sul mercato americano. Per questo è nato il nuovo modello, più lussuoso e imponente, con un ritorno al telaio e con il serbatoio posizionato nella parte posteriore. Oltre che da Vincenzo Lancia, la progettazione della Dilambda è firmata da Giuseppe Sola, responsabile dell’ufficio esperienze motori rimasto fedele all’azienda fin dopo la morte del patron nel 1937.

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Prodotta in tre serie. Il motore della Dilambda è un 8 cilindri a V di 4000cc stretto con asse di distribuzione in testa con valvole parallele, che sviluppa 100 CV. Il modello della prima serie si chiama 227; il secondo, a passo corto, Tipo 229, e l’ultimo Tipo 232. Di questi, le versioni prodotte completamente in casa sono due, Berlina e Torpedo, mentre la maggior parte degli esemplari prendeva forma nelle officine dei carrozzieri. Dopo la presentazione al Salone di New York, dove fu un successo, la Lancia ha investito molto sulla Dilambda, tanto da mettere in piedi negli Stati Uniti una factory esclusiva per l’assemblaggio del modello. È servita a poco, però, perché con l’incipiente crisi economica del 1929 l’intero progetto è naufragato.

Solo per clienti top. La Dilambda non ha neanche minimamente sfiorato le vette commerciali della Lambda, ma di sicuro piaceva al fascismo: nel 1972 a Monza ne è stata battuta all’asta una che era stata usata dal duce, mentre la pianista francese Magda Brard, unica amante straniera di Benito Mussolini, nel 1932 risulta che sia stata applaudita con la sua Dilambda al Concorso d’Eleganza al Parco del Valentino (Torino). Peccato che ne siano stati venduti solo 1.685 esemplari (fonte: Museo Nicolis), altrimenti se ne vedrebbe ora qualcuno in più. Ma era una vettura extra lusso, d’altronde. E non poteva che essere destinata a pochi.

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